Gli anni sessanta e settanta
A sostituire il grande Nereo, il presidente Pollazzi decide di affidarsi al veterano Giacomo Mari, che ha
chiuso l'attività l'anno prima a trentasei anni e sembra l'uomo più indicato per mettere a frutto gli insegnamenti
del grande predecessore, di cui è stato brillante allievo. Purtroppo il campionato1961-62 vede la partenza oltre
che di Milani (che va alla Fiorentina) anche di Rosa, prezioso fulcro del gioco. Al suo posto un piccolo
jugoslavo, Kaloperovic, capofila di un importante campagna di rinnovamento, resa necessaria dall'età media
piuttosto avanzata della rosa. Ci sono un nuovo centravanti, il tedesco Rudolf Kolbl, due nuovi mediani, il
giovane ex mestrino Bon e Caleffi, un parmense che giocava nel Nacional di Montevideo, e l'ala Valsecchi dal
Varese. Ma i nuovi acquisti si rivelano inadeguati e dopo un avvio folgorante (pari a Lecco e vittoria all'Appiani
sulla Juventus campione d'Italia) la squadra crolla letteralmente, collezionando sei sconfitte consecutive.
A Mari viene affiancato Piero Serantoni, e a primavera la squadra fa sperare in un recupero in extremis: ma la
secca vittoria della Roma all'Appiani (0-3) nell'ultimo turno vanifica ogni prospettiva; in contemporanea il
Venezia batte la Juventus e il baratro della serie B si spalanca davanti alla squadra.
Per il campionato cadetto del 1962-63, Pollazzi assume come allenatore Luigi Del Grosso e rinnova completamente
la squadra. A testimoniare il bel tempo fuggito ormai dietro l'angolo restano solo due difensori: Scagnellato e
Cervato. Per il resto uomini di categoria e giovani promesse.
Nonostante i 17 gol del tedesco Kolbl la squadra
paga lo scarso affiatamento fra i reparti e, guidata dall'ex mediano biancoscudato Elvio Maté nelle ultime
giornate, raggiungerà solamente un ottavo posto. A questo punto Pollazzi abbandona la scena, ormai
settantacinquenne, lasciando la presidenza a Gino Vescovi industriale del caffè che promette la promozione per il
campionato 63-64. Assume come allenatore l'argentino Oscar Montez e conduce una oculata campagna di mercato.
Dopo un ottimo avvio di stagione il crollo in primavera: prima la sconfitta in finale della Coppa Rappan con
lo Slovanaft di Bratislava (dopo aver eliminato Dorog, Chaux-de-Fonds, Spartak Pilsen, OFK Belgrado e gli
ungheresi del Pecs) poi quando la promozione sembra fatta il pareggio in casa col Parma, la sconfitta a Catanzaro
e la disfatta in casa col pericolante Prato rendono meno certa la promozione. Lascia Montez sostituito dallo
specialista Maté;
la sconfitta a Verona e quella successiva in casa con Monza spengono definitivamente i sogni
di risalire in massima serie nonostante il successo all'ultima giornata col Napoli. Il Padova si piazza al quarto
posto a una sola lunghezza dal Foggia che conquista la A assieme a Venezia e Cagliari. Campionato 1964-65 nuovo
allenatore, Serafino Montanari, ma stessi risultati: sempre in zona promozione e poi il crollo nella parte finale
del torneo che relega il Padova ad un'inutile sesto posto. Fra i dati positivi della sfortunata stagione si
segnala l'esordio di un giovanissimo: si chiama Albertino Bigon, esile centravanti che gioca 5 partite alla
tenera età di diciassette anni; si tratta dell'ennesimo prodotto del fertilissimo vivaio padovano. Proprio attorno
al "gioiellino" viene costruita la formazione del campionato 65-66 affidata ancora a Montanari; questa volta è
l'avvio del torneo a mortificare le ambizioni biancoscudate con cinque sconfitte nei primi sei turni. Ultimi in
classifica alla fine del girone d'andata la squadra viene affidata ad un grande ex dei tempi di Rocco, l'argentino
Rosa che guida la squadra lontano dalla zona retrocessione fino ad un dignitoso nono posto.
La situazione non cambia neanche con la stagione 1966-67, quando l'obiettivo promozione viene presto abbandonato
(sesto posto finale), ma cospicue consolazione vengono dalla Coppa Italia. Eliminate nell'ordine Venezia, Palermo,
Varese e il grande Napoli di Sivori e Altafini. Supera poi in semifinale l'Inter di Helenio Herrera che sta
concludendo il suo ciclo. Per la prima volta nella sua storia il Padova è in finale di Coppa Italia. All'Olimpico
di Roma la battaglia col Milan (Trapattoni, Mora, Rivera ecc...) è aspra ed incerta: la decide un gol di Amarildo
e proprio la stretta misura rende ancora più amara la conclusione per gli uomini di Humberto Rosa. All'indomani
esplode la crisi; oberato dai debiti, il club deve subire la trasformazione in società per azioni, secondo le
nuove regole del calcio. Il presidente Vescovi mette in vendita la società che perde i suoi personaggi chiave:
Chiesa, dirigente e operatore del mercato e il direttore sportivo Franco Manni. Alla fine, è il dirigente Giovanni
Lovato ad assumere la presidenza affiancato dall'amministratore delegato Bepi Cardin. Viene modificato lo statuto
dando vita a il Calcio Padova S.p.A. Viene confermato Humberto Rosa ma i problemi finanziari costringono la
società a vendere più che a comprare. Non si parla più di promozione ma l'avvio di campionato è travolgente: tre
vittorie in quattro giornate; altre tre vittorie e il Padova è solo in testa alla classifica dopo sette giornate.
Poi il crollo che riporta il Padova a centroclassifica fino al dodicesimo posto finale. Per il campionato 68-69
vengono venduti ancora i pezzi migliori (fra cui il bomber Morelli autore di 14 reti)
non rimpiazzati
adeguatamente e il Padova scende in Serie C arrivando ultimo con un primato assoluto di reti subite (53!). Si
riparte dalla serie C con l'innesto di vari giovani da vivaio; il tecnico Rosa viene sostituito dal suo vice
Elvio Matè che ha il merito di affrontare la situazione con una mentalità realistica: inutile inseguire sogni
ambiziosi, l'ultima posizione in classifica impone traguardi calibrati all'effettivo valore della squadra. Alla
fine del campionato 69-70 l'ottavo posto rispecchia fedelmente i meriti della formazione biancoscudata.
Nel campionato 1970-71, grazie agli innesti dal vivaio, il Padova dal gioco spumeggiante si impone come squadra
rivelazione, navigando lungamente ai vertici della classifica e riportando entusiasmo all'Appiani. La squadra
guidata da Maté conquista però solamente un terzo posto inutile ai fine della promozione con sette punti di
vantaggio sul Venezia quarto, e Flavio Zandoli capocannoniere del torneo con 19 reti. Il terzo posto però,
anziché galvanizzare la dirigenza la spegne; viene ceduto Zandoli alla Reggiana e Cardin e Lovato rassegnano le
dimissioni. Assume la presidenza il commendator Marino Boldrin che però si ritrova solo al comando nonostante
le promesse di aiuto da parte di molti personaggi padovani. Viene riconfermato Maté, ma l'attacco, senza Zandoli,
non punge. E' un campionato quello del 1971-72 senza acuti e senza rischi, concluso al nono posto a pari punti
col Legnano e la sostituzione in panchina di Matè con l'allenatore delle giovanili Giorgio Bolognesi nelle ultime
giornate. L'anno successivo le cose non migliorano; vengono ceduti al Bologna i tre "gioielli" Buso, Filippi e
Modonese ed anche il capocannoniere Boscolo parte per il Modena. In panchina siede un ex grande del Padova anni
Trenta, Mario Perazzolo (referenza principale costa pochissimo) a cui viene affiancato come secondo Mauro Gatti
che continua comunque a giocare. Ma a novembre una sconfitta a Rovereto (1-3) e gli appena nove punti in
classifica convincono Boldrin a sostituire Perazzolo col solito Bolognesi, poi la panchina viene affidata, anche
ufficialmente, a Mauro Gatti, che non avendo il patentino, non potrebbe fungere ufficialmente da tecnico, sicché
continua a sedersi in panchina come tredicesimo giocatore. La stagione 1972-73 si chiuderà con un dignitoso
settimo posto. La dimensione di calma piatta (senza pericoli e senza ambizioni) è diventata routine. Anche
nell'estate del '73 i club pescano a piene mani dal club biancoscudato; qualche acquisto e poi fiducia al
vivaio con la speranza di trovare qualche campioncino da rivendere poi gli anni seguenti.
Anche per il campionato 1973-74 un cambio in panchina; a novembre Gatti se ne va dopo due sconfitte consecutive
con Pro Vercelli e Trento; ritorna ancora una volta Bolognesi, naturalmente per un breve interregno, prima
dell'avvento di Piero Trapanelli che guiderà la squadra al tredicesimo posto finale. Dissanguato il vivaio e
quindi le cessioni, viene acquistato Giuseppe Bertoli, attaccante reduce da una stagione fallimentare con la
Triestina, che però conoscerà una potente rivitalizzazione nella città del Santo. Le prospettive di risalita
restano però legate al nome di Massimo Ceccato, raffinato trequartista, emerso nel finale del torneo precedente
a soli 17 anni, e stranamente trattenuto dalla società. Purtroppo alla prima vera prova Ceccato fallisce, gioca
ventitre partite ma raramente ai suoi potenziali livelli, e a fine stagione, contando comunque su un ottimo
mercato verrà ceduto alla Fiorentina, dove però verrà colpito da una grave forma di epatite che lo costringerà
ad abbandonare il calcio, rientrando successivamente solo per un fugace ritorno in maglia empolese e poi
biancoscudata. Il Padova chiude il campionato al quattordicesimo posto con sole 28 reti fatte rispetto alle 42
subite.
Marino Boldrin decide di lasciare denunciando per l'ennesima volta la solitudine in cui la città lo ha
lasciato. Col Padova all'asta la città è in subbuglio. E' l'estate del 1975. Il pericolo che scuote la città e
riattizza l'orgoglio sopito degli sportivi esibisce i lineamenti di Giuseppe Farina, presidente del Vicenza appena
retrocesso in serie B, secondo i beni informati a capo di un gruppo in trattativa per l'acquisto del club
biancoscudato. A muovere le pedine è Gianbattista Pastorello, il quale, nonostante le smentite dello stesso Farina,
sembra solo il mediatore per conto dello stesso. Fra smentite, ripensamenti, minacce di azioni legali il Padova
passa nelle mani dell'amministratore unico Giancarlo Della Grana con Pastorello come general manager. Come
allenatore viene assunto Eros Beraldo, che bene ha operato a Belluno. E i programmi di rilancio sembrano prendere
corpo quando la società ufficializza il ritorno di Nereo Rocco nelle vesti di direttore tecnico scatenando
l'entusiasmo in città. Ma la gioia è di breve durata perché Gianni Rivera richiama Rocco al Milan. La stella
Filippi viene ceduta, guarda caso, al Vicenza da cui però arrivano giocatori di notevole valore: il mediano De
Petri, l'attaccante Ballarin e il fantasista Vendrame. Ma la squadra non va oltre il dodicesimo posto in
classifica. La società è di nuovo nel caos: viene cacciato Beraldo e arriva al suo posto Marino Bergamasco, ex
vice di Rocco ma l'avvio del campionato 1976-77 non è dei migliori: pareggi in casa e sconfitte in trasferta.
Dopo sedici giornate senza avere ancora vinto Bergamasco viene esonerato sostituito da un uomo simbolo del Padova
di Rocco, il portiere Antonio Pin che riesce a cogliere nove successi (il primo alla diciannovesima giornata),
l'imbattibilità casalinga e la salvezza, con un tredicesimo posto finale. Da dicembre frattanto al vertice della
società c'è lo stesso Pastorello col ruolo di amministratore delegato con Farina che finalmente esce allo scoperto
dichiarando di essere disposto a cedere la società; ma i forti debiti societari (più di un miliardo) fanno sì che
tutto resti invariato. Svanito almeno in parte, il sogno del "Padova di nuovo ai padovani" il rivoluzionamento
dei ranghi e l'assunzione di un tecnico di prestigio come Romano Mattè, provocano nell'estate del 1977 un certo
risveglio d'interesse attorno alla squadra.
Il campionato 1977-78 prelude alla riforma dei campionati di serie C e occorre piazzarsi entro le prime dodici
per entrare a far parte di uno dei due gironi della futura C1. Ma i tantissimi volti nuovi, in gran parte giovani,
compongono un mosaico non facile da gestire e Matté se ne va ancora prima di iniziare il campionato, dopo aver
guidato la squadra in Coppa Italia, sostituito da Tiziano Longhin nelle vesti di direttore tecnico e Flavio
Foscarini in quelle di allenatore. L'avvio di campionato è brillante, poi, dopo aver perso l'imbattibilità a
Novara alla settima giornata, i risultati stentano ad arrivare. Dopo la sconfitta casalinga col Trento Foscarini
viene declassato a preparatore e sostituito da Gino Pivatelli che riesce a portare la squadra al risultato
minimo: il dodicesimo posto. Gioire, diventa però difficile; il clima societario resta pesante, l'amministratore
unico Pastorello si trova alle prese con i consueti drammatici problemi di bilancio e la popolarità di Farina
tocca i minimi storici. I pochi tifosi accusano apertamente il "boss" vicentino di aver saccheggiato gli elementi
migliori del vivaio biancoscudato, mandando a svernare nella città del Santo gli scarti del suo Vicenza. Il
campionato 1978-79 lascerà un pesante strascico di amarezze e rancori, fino a provocare l'avvento di una nuova
era. L'Appiani verrà violato otto volte da Alessandria, Biellese, Reggiana, Forlì, Parma, Modena, Trento e
Cremonese. La sconfitta più umiliante della stagione si registra però a Treviso dove la squadra viene battuta per
6-0! Il tecnico Pivatelli se ne và, sostituito da una vecchia conoscenza, Elvio Mattè che non riesce però ad
evitare ai biancoscudati il terzultimo posto in classifica e la conseguente retrocessione in C2. Il 20 febbraio
dello stesso anno muore a Trieste Nereo Rocco, spegnendo definitivamente l'estrema fiamma dei ricordi e della
ricorrente speranza del ritorno alla perduta età d'oro.