CALCIO PADOVA

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Giovanili

Mattia Fortin: “Con i 2003 percorso splendido. Obiettivo? Non essere più “il figlio di Marco”, ma che chiamino lui “il papà di...

Trascrizione fonte Stefano Volpe per Mattino di Padova


Il Padova che vuole ripartire con una squadra più giovane ma allo stesso tempo ambiziosa, ha già dell’ottimo materiale dal quale pescare in casa. Tra questi spicca Mattia Fortin, classe 2003, che nell’ultima stagione ha fatto il terzo portiere ma già dal prossimo anno potrebbe rivestire i panni del vice. È una bella storia la sua, quella classica del figlio d’arte. Il papà Marco, infatti, a inizio anni 2000 ha disputato diverse stagioni tra Serie A e B, prima di far ritorno nella natia Noale. A Noale è nato e cresciuto anche Mattia, che da ormai dieci anni milita in pianta stabile nel vivaio del Padova.
«Ho iniziato subito a giocare in porta (…) A dieci anni il Padova mi ha notato in un torneo e mi ha chiamato. Per me era un sogno e non ho mai avuto dubbi. Con l’annata dei 2003 ci siamo tolti tante soddisfazioni ed è stato un percorso splendido».
Il ruolo è questione di Dna?
«Da quando sono molto piccolo ho sempre avuto il desiderio di emulare papà. Da bambino non puoi sapere se è il ruolo giusto, quindi è iniziato tutto come un gioco. Con il passare degli anni ho capito che questa strada faceva anche per me. Sono felice di aver voluto imitare papà, perché amo essere un portiere».
Che rapporto ha con papà?
«Ci confrontiamo spesso, parliamo dei segreti del mestiere e poterlo avere al fianco è molto prezioso. Da piccolo avvertivo un po’ di pressione, più che altro per essere visto sempre come il figlio di Marco. Ma con il passare del tempo quest’etichetta non mi è pesata, anzi mi ha fatto piacere. Ora, però, il mio obiettivo è invertire i ruoli e non essere più chiamato “il figlio di Marco” ma fare in modo che chiamino lui “il papà di Mattia”».
Il primo ricordo di papà?
«In un Cagliari-Milan, probabilmente la mia prima volta allo stadio, quando parò un rigore a Kakà, fresco vincitore del Pallone d’oro. Ho sempre amato la sua follia tra i pali. È stato un giocatore fuori dagli schemi».
È folle anche lei?
«Un po’ sì, con il tempo mi sono dato una regolata ma un pizzico di pazzia rimane. I miei pregi? L’altezza che mi aiuta a coprire bene la porta e ad essere bravo con le palle alte. Gioco discretamente anche con i piedi mentre devo crescere fisicamente».
Il ricordo più bello di questa stagione?
«Sono due. La vittoria dei playoff con la Primavera e il successo al 97’ contro il Catanzaro con la prima squadra. Esultare con lo stadio pieno, dopo la magia di Chiricò su punizione, è stato splendido».
Della notte di Palermo cosa rimane?
«Il grande rammarico per non aver centrato un traguardo al quale tenevamo molto. Non avevo mai vissuto un’atmosfera come quella del Barbera e la ricorderò per sempre. Sono sicuro che chi resterà a Padova punterà a rifarsi e vincere il campionato la prossima stagione e spero di far parte anche io del gruppo».
Il sogno calcistico?
«Giocare con il Padova e ripagare la fiducia che la società ha riposto in me da tanti anni. Più a lungo raggio mi piacerebbe arrivare in Serie A e in Nazionale».
La scuola?
«Ora inizio gli esami di maturità, speriamo bene. Frequento il liceo scientifico con indirizzo scienze applicate a Mirano, mi piacciono storia e filosofia. L’anno prossimo vorrei iscrivermi all’università alla facoltà di psicologia. È una materia che mi ha sempre affascinato, mi piace pensare di poter capire meglio la mente umana e credo possa essere utile anche in ambito sportivo».
Più emozionato prima di Palermo o prima della maturità?
«Sicuramente prima di Palermo».

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